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Articoli riguardanti recensioni e commenti sugli spettacoli televisivi




Jan 25

Seguendo la TV e andando in giro per siti web mi è venuta subito voglia di mettere mano alla penna, pardon, alla tastiera ed elencare in bell’ordine tutte le castronerie che mi è toccato di sentire.
Apre la serie Mentana, che ad inizio del suo telegiornale di giovedì scorso, tiene subito a precisare agli spettatori che avessero voluto seguire il suo notiziario al solo scopo di appagare la loro curiosità morbosa sul caso Schettino, di non avere nessuna intenzione di inseguire quanti hanno la cattiva abitudine di trasformare storie di cronaca in reality, o di volersi avventurare nella ricerca di ogni particolare per tenere alta quella storia. Poi precisa che “tenere alta una storia” è un’espressione che si usa nel linguaggio giornalistico, ed è un modo per ampliare l’offerta giornalistica! Peccato che di quella tecnica Mentana sembrava esserne dotto conoscitore, visto che se ne stava servendo per conquistarsi gli spettatori. Insomma creava una storia mentre diceva di volerne ammazzare un’altra! Sentendolo comunque m’è venuto il forte dubbio che non fosse lo stesso Mentana che quotidianamente a conclusione del telegiornale dell’edizione delle 20.00, rivolge agli spettatori l’appello accorato a restarsene fin dopo la pubblicità perché potrebbe riferire su notizie dell’ultimo momento, pur sapendo bene che non ce ne saranno e che quello è solo un modo per tenerli inchiodati alla sedia a sorbirsi un po’ di pubblicità, tant’è che quasi sempre lo conclude somministrando loro l’identica e banalissima notizia di quanto sia aumentato o diminuito l’indice azionario nelle diverse borse europee.
Ma non è su Mentana che vorrei focalizzare l’attenzione, il quale, per quanto non del tutto esente dalla ‘paraculite cronica’ che infesta la sua categoria, non è peggiore poi di quei giornalisti che vogliono far credere di non essere soggetti ad alcun condizionamento, e che pretendono che li si collochi sul piedistallo dei duri e puri, ma su un Vespa sempre più incarognito e sempre pronto a servire il padrone di turno. Averlo visto subito dopo la tragedia della Concordia nelle vesti dell’inquisitore, tenere il proscenio di quel teatro dell’infamia che è Porta a Porta, e recitare la parte dell’indignato mentre additava al pubblico ludibrio il comportamento del dottor Gianluca Marino Cosentino, che, non avvezzo evidentemente a districarsi nel ginepraio della fellonia vespiana, si è lasciato irretire dalla sua subdola retorica investigativa, mi ha fatto sussultare come fossi stato investito da un’onda sismica.
Andando poi con la mente al giorno in cui avevo assistito a quell’insulso spettacolo, indovinata parodia di “Un giorno in Pretura”, con Vespa giudice arcigno e inflessibile, mi sono ricordato che era stato trasmesso il giorno immediatamente prima di quello in cui Mentana si era lasciato andare a quella sua intemerata sull’uso strumentale di dare le notizie, e quindi mi è venuto spontaneo concludere che quest’ultimo l’avesse indirizzata proprio a lui, al pestifero vespone. Sarebbe ora però che qualcuno ricordasse a questo parassita di stato le sue meschinerie e i tanti intrighi in cui è stata invischiata sua moglie come capo dell’Ufficio legislativo del ministro della Giustizia nonché come magistrato, ora fuori ruolo, anche se di stipendi poi (e che stipendi!) ne percepisce due. D’altronde come il bel Vespone, che insieme alla pensione da giornalista Rai incassa oltre un milione di euro l’anno come miglior “giullare” della stessa corte Rai; oppure che accennasse al famoso «elenco dei 400», cui fa riferimento “Il Giornale”, elenco altrimenti noto come «lista Anemone», in cui sono annotati i nomi di coloro che hanno ricevuto una casa in affitto (molto più spesso in comodato) da Propaganda Fide, la congregazione per l’evangelizzazione dei popoli, lista che vede tra i beneficiari anche Bruno Vespa, che abita in una splendida casa su tre livelli a Trinità dei Monti, di proprietà appunto della stessa congregazione. Comunque tanto basta sulla Vespa mandarinia uno degli insetti più subdoli che popolano la grande famiglia dei vespidi.
Ora vorrei soffermarmi su due programmi di culto della informazione televisiva cosiddetta alternativa: “Piazzapulita” e “Servizio Pubblico”.
Ormai mi capita di seguirle queste due trasmissioni più per curiosare che per informarmi, dal momento che sempre più spesso vi si riciclano notizie vecchie o avariate, e dove non è infrequente poi incontrare, e quindi dover stare a sentire, personaggi che uno che non fosse masochista vorrebbe vedere sotterrati per sempre. Purtroppo è una curiosità che pago a caro prezzo perché poi mi tocca sorbirmi le loro flatulenze mentali, che stordiscono più di un gas letale. Fatto sta che questi due programmi portano tutti i difetti dei loro conduttori, legati peraltro tra loro da una sorta di parentado televisivo, in cui si rinsaldano vincoli professionali di stampo clientelar-lobbistico. Corrado Fermigli poi ci fa la figura di chi, nonostante abbia ricevuto il battesimo dell’emancipazione, non riesca a sottrarsi all’influenza del suo vecchio padrone, forse perché incapace ancora di dare il giusto valore alla libertà appena conquistata, o più semplicemente perché il suo istitutore non aveva potuto iniziarlo alla scuola della libertà, visto che egli stesso ha usato con impareggiabile maestria la sottile arte della cortigianeria. Michele Santoro infatti è un capitano di lungo corso che, per quanto provetto navigatore, non ha mai voluto avventurarsi per mari aperti, avendo preferito starsene sempre sottocosta in prossimità di porti sicuri che potessero accoglierlo in caso imperversasse una burrasca. Anche quando ha dato l’impressione che volesse rompere gli ormeggi che lo tenevano legato ai luoghi in cui ha mosso i primi passi da guru della televisione, e che volesse inoltrarsi per mari sconosciuti con una nave tutta sua, come pirata che brami l’avventura, alla fine ce lo siamo sempre ritrovati nel solito cortile mediatico a far finta di becchettarsi con i soliti attori rincitrulliti del vecchio teatro della commedia dell’arte, i quali convinti di saper recitare a soggetto, non fanno che rimasticare brutti copioni del teatro burlesco, dove tutto poi si volge in farsa. Fa specie vedere la Mussolini parodiare il comandante De Falco, e un Santoro ammiccante far quasi da spalla!
Intanto vediamo se le trasmissioni di Santoro e Fermigli mantengono quanto promesso dai loro titoli, e se non sia il caso di sabotarle. Oddio, non che adesso nel mio piccolo io non lo faccia già, parlandone malissimo e guardandoli in modo rapsodico, saltabeccando da un programma all’altro come un uccello in gabbia! Però sarebbe bello se la parte del popolo italiano più attrezzata culturalmente (e mi si passi l’espressione) cercasse di mandare un messaggio inequivoco a questi mandarini dell’informazione non seguendo più i loro programmi. E non parlò più solo di Santoro e Fermigli, ma di tutti quelli che, forti della pervasività del mezzo televisivo, ex cathedra, quotidianamente ci ammanniscono rotocalchi soporiferi: Alessio Vinci di Matrix, Gad Lerner dell’Infedele, di Giovanni Floris si Ballarò eccetera.
Certo è che guardando agli invitati che ogni giovedì riempiono la sala di Piazzapulita non si può non avvertire un senso di fastidio per la stridente contraddizione che subito si appalesa tra ciò che vorrebbe evocare la parola “Piazzapulita” e la storia personale dei personaggi a cui si presta la parola. Come può essere pulita una piazza piena di robaccia scadente, adulterata, guasta, corrotta, riciclata, piena di Cicchitti, di Mussolini, di Gasparri, di Letta, di Sallusti, di Sechi, di Galli eccetera: una vera contraddizione in termini!
Speculare a Piazzapulita è Servizio Pubblico di Santoro, una trasmissione nella quale è ormai passata buona parte del politicume che ha ammorbato la vita del nostro Stato. E non è certamente facendo indossare a Travaglio per dieci minuti i panni del giustiziere che le canta a tutti, che si diventa più credibili. Io ignoro i motivi per cui Travaglio accetti il ruolo di azzeccagarbugli della situazione, ma comunque sia non ne esce bene, dato che permette a un istrione come Santoro di tenere su il suo circo mediatico. Che servizio pubblico potrà mai essere quello che non dà voce ai semplici cittadini, da lui degradati al ruolo di mute comparse, e che non permette loro quindi di assurgere a protagonisti della scena pubblica. Se mai ce ne fosse stato bisogno, Santoro ha dimostrato di non saper fare a meno proprio di quegli uomini che in Italia incarnano il potere, e contro cui, molto ipocritamente, dice di voler combattere. Evidentemente il titolo Servizio Pubblico è l’ennesimo specchietto per le allodole approntato da Santoro per abbindolare chi ancora crede alle sue smargiassate mediatiche. E dire che le fa con i soldi degli altri, di chi ancora si illudeva che in Italia si potesse fare della libera informazione. Insomma è proprio il caso di dire che a Santoro piace fare “il f****o col c**o degli altri”.

P.S.
Ormai vedo Servizio Pubblico e Piazzapulita solo in streaming sul Web

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