Facebook, il più popolare social network del momento, usato da giovanissimi e professionisti, creativi e religiosi, per lavoro e per svago, ha preso una posizione a dir poco discutibile in merito ai contenuti di alcuni suoi gruppi e pagine fan.
Come è noto, in continuazione nascono sul social network pagine diffamatorie di singoli o intere categorie, dalle femministe agli omosessuali passando per immigrati, animalisti, cani e gatti, disabili e chi più ne ha più ne metta, che spesso vengono fatte chiudere da vere e proprie rivolte degli utenti, che sfruttano la regola del social network che non ammette odio o incitazione a crimini violenti. E’ di questi giorni la notizia di due ragazzi arrestati in Gran Bretagna proprio per aver creato un gruppo in cui incitavano alla rivolta armata nelle città.
Tra gli squilibrati che si divertono a gridare il loro odio al centro del mondo contro qualcosa o qualcuno colpevole di tutti i loro guai spiccano i sempre presenti negazionisti della Shoah, quelli per cui i campi di sterminio nazisti in cui morirono sei milioni di ebrei, oltre a rom, omosessuali, oppositori del regime, prigionieri politici, malati di mente, persone semplicemente scomode, sono tutte storie. E Facebook ha preso posizione dicendo che non farà più nulla per chiudere queste pagine e gruppi, in nome di una non meglio precisata libertà di espressione, rispondendo alla richiesta di rimozione di 21 persone membri del Simon Wiesenthal centre, fondato dall’omonimo cacciatore di nazisti, che dedicò la sua vita affinchè venisse fatta giustizia e non ricercata la vendetta.
Nessuno vuole demonizzare i social network, fondamentali nella vita ormai di molte persone, sotto tutte le latitudini, ma estendere un po’ troppo una tolleranza perniciosa verso idee comunque pericolose lascia abbastanza basiti.
Elena Romanello































