Lui, che poi è l’incredibilmente bravo Gerard Depardieu, si chiama Mammuth, un po’ perché gli assomiglia con quel nasone prominente e i capelli lunghi e trasandati, e un po’ perché ama un vecchio modello di motocicletta che si chiama proprio così e con la quale da giovane ha avuto un incidente nel quale rimase uccisa la ragazza amata che adesso gli ritorna in mente sotto forma di allucinazione, con il viso insanguinato, per consigliargli come comportarsi nella vita.
Mammuth è un abile macellaio di suini che lavora in un macello industriale. I suoi problemi nascono il giorno che deve andare in pensione:
è così diligente sul lavoro, mai un assenza per malattia in dieci anni, che gli fanno persino una festa aziendale in cui gli viene regalato un puzzle di oltre settemila tessere. Ma se pensano che Mammuth passerà così il proprio tempo libero si sbagliano. Lui dovrà invece andare in giro con la motocicletta dell’incidente alla ricerca del proprio passato, sotto forma dei certiificati che attestano i lavori che ha fatto in precedenza, per ottenere quel collage di ricongiungimenti pensionistici di cui abbisogna. La burocrazia francese quindi dà l’incipit al tutto.
“Mammuth”, che è anche il titolo del film in questione presentato inconcorso al Festival di Berlino e in uscita in Italia dal 29 ottobre nel circuito Fandango di Domenico Procacci, è un’opera veramente convincente del noto duo di registi formato da Benoit Delepine e Gustave Kervern.
La moglie di Mammut è la bravissima e altrettato mammuttesca Yolande Moreau. Praticamente insieme sono i classici “Mammut e Babbut”.
Che però non hanno un “figliut”.
Due vite squallide, depresse e paralelle. Lei fa la cassiera di un supermercato e prega il marito di non fare la spesa lì altrimenti viene messa in punizione e mandata per due settimane a servire al banco della pescheria che lei odia per via dell’odore che il pesce lascia sulle mani.
Lui, in cerca delle pezze d’appoggio della propria pensione, rivivrà on the road sulle strade della Francia periferica i propri lavori giovanili di buttafuori, giostraio, agricoltore. Andrà a bussare a porte cui non corrispondono piu’ vecchi proprietari, si imbatterà in prostitute ladre e sarà sempre tormentato dalle apparizioni della amante perduta, Yasmine, che poi è la bellissima Isabelle Adjani. Andrà dal suo vecchio cugino di infanzia con il quale si masturbava vicendevolmente da ragazzino e riproverà a farlo da vecchio, provando un certo disgusto e facendolo provare anche allo spettatore. Insomma la Francia della povertà, degli emarginati e dei depressi. Quella che non piace a Sarkozy e a Carlà, così come a Berlusconi non piacerà (e a dire il vero a nessuno degli italiani) l’Italia di Avetrana e delle sue orrende tresche familiari: sessuali e omicidiarie. Il problema è che questi mondi a parte esistono e non solo nei film che ne parlano. Sono i retaggi di culture patriarcali mal digerite e mal mischiate con l’industrializzazione e la tecnologia ancora peggio masticata.
Mammuth durante questo viaggio si accorge che la gente lo ha sempre considerato un incolto c******e. “Con”, è la parola che si sente infatti più spesso dire. Attanagliato dal dubbio e allucinato dalle apparizioni di Yasmine, il suo primo amore, morta come si diceva in un drammatico incidente motociclistico da lui stesso provocato, il compito di recuperare i documenti mancanti apparirà, alla fine, del tutto secondario se non inutile.
Il lieto fine? Inaspettatamente arriverà tramite la sua nipotina pazza e ninfomane, che ha sotterrato e ucciso il padre, cioè il fratello di Mammuth, che vive in una casa di bambole e che va a fare colloqui di lavoro allucinanti presso burocrati che passano il tempo a masturbarsi su internet. Questa ulteriore emarginata risveglierà in lui “il dormiente poeta felice”. Invece di avviarsi lentamente verso la morte, Mammuth deciderà quindi di abbracciare la vita e ricominciare.
Dimitri Buffa














