Secondo voi è in atto un complotto dei politici contro le proprie parodie al cinema?
“Non fa ridere ma fa pensare”, si diceva negli anni ’70 quando i film che facevano satira politica, uscivano in sala in concomitanza con qualche evento che teneva incollato il paese alla tv e ancora prima alla radio. “Qualunquemente”, il “long awaited” film di e con Antonio Albanese, diretto da Giulio Manfredonia, essendo una trasposizione in pellicola di un noto sketch televisivo del bravissimo comico fa anche ridere. E, sebbene il nato a Lecco ma di origini palermitane strizzi chiaramente l’occhio alle cronache dei quotidiani di questi giorni, la frase “mai momento più propizio per un simile film” in Italia poteva essere coniugata anche un anno prima, quando tenne banco la prima fase del “Ruby - gate”. O l’anno precedente, quando impazzava il “caso Noemi Letizia”. O nel luglio 2009, quando furono gli elettori di centrosinistra dell’ex presidente della Regione Lazio Piero Marrazzo a dovere constatare gli innocui vizi a spese del contribuente che coltivava il mezzobusto televisivo durante il tempo libero (alleviava il tran tran con il trans trans, ndr) .
Ma, andando indietro nel tempo, nel paragone e nel paradosso, anche ai tempi dello scandalo di Wilma Montesi. Ogni momento sarebbe stato quello buono perché in un paese di “moralisti senza moralità”, di “chiagni e fotti”, di “vizi privati e pubbliche virtù”, di morale clerico franchista e di proibizionismo su tutto (nonchè di “tricoteuse” indignate) come si è ridotta l’Italia dopo la caduta del Muro di Berlino, potesse uscire in sala un film comico che faceva il verso alla realtà. Il problema vero è il ribaltamento della prospettiva. “What about”, quando è la realtà politica a fare il verso alla parodia?
O quando la gente si diverte di più a leggere il “Corriere della sera” o “Repubblica” che spendere 7 euro e mezzo per vedere lo scontato Cav della Guzzanti o la ovvia caricatura che ne fa Albanese? Allora sono guai. E anche il comico in questione se ne è accorto se è vero come è vero che in conferenza stampa ieri dopo la proiezione tenutasi al Nuovo Sacher, il tempio del cinema impegnato ( al Monte, ndr) di Nanni Moretti, Albanese, ad apposite contestazioni su questo risvolto si è sentito in dovere di controbattere così: “faremo del nostro meglio per tentare di ridicolizzare noi, aggiungendo qualcosa di nuovo, i politici italiani..”
Come a dire: “ci rendiamo conto che ci stanno portando via il nostro lavoro”. Così, Cetto La Qualunque, che scende in politica come leader del Partito ‘Du Pilu’ per impedire alla legalità di cambiare il volto del suo paese Marina di Sopra, rimane una macchietta o poco più. Tutta la pellicola, infatti, parla di una campagna elettorale per conquistare la poltrona di sindaco del piccolo centro calabro a colpi di ‘pilu’ e regalie di varia natura. Ma Albanese certe volte non è un buon venditore di sé stesso. Per esempio dichiarare banalità del tipo “Cetto La Qualunque è stato in tutti questi anni una straordinaria lente di ingrandimento per mettere a fuoco quello che succedeva nel nostro paese”, non è la maniera migliore per attirare le masse (che comunque al cinema ci andranno dato il battage pubblicitario della Fandango durato tre mesi). E anche ribadire che “..il nostro film è un modo per raccontare tutto che non ci piace e per mettere in guardia su cosa potrebbe accadere”, è una maniera per farsi del male davanti ai giornalisti, persino quelli compiacenti.
Meglio Checco Zalone che nel proprio film parla di “scontro di civiltà” con un’invidiabile auto ironia, a quel punto.
Forse converrebbe rileggersi in inglese la “Barney’s version” di Richler per capire quali sono i comportamenti da evitare, da parte di un attore, di un regista e di un produttore, per evitare la ripetitività e di annoiare il proprio stesso pubblico.
Certo, nel film di Albanese si parla anche di mafia, di voto di scambio, di promesse populiste, di “puttane” in politica..ma è tutto già visto ogni giorno ossessivamente da un paio di anni.
E come narrazione, spesso anche comica, è meglio Roberto Saviano. Ai tempi delle parodie di Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, i comici facevano trasgressione perché la comunicazione era quella della Rai di Bernabei. Ma oggi che chiunque può sganasciarsi in anticipo su internet, su you tube e su facebook con la voce originale dei nastri, pubblici o privati, delle varie Ruby e meditare sulla profondità delle loro conversazioni intercettate, perché una persona dovrebbe andare al cinema e vedere esplicitato in una caricatura che non è più tale quello che ha letto sul giornale una settimana prima?
C’è da sospettare un complotto dei politici o dei loro spin doctor ai danni delle proprie stesse parodie mediatiche. Se continua così si resta senza lavoro e poi si sarà tutti costretti a chiedere nuovi soldi al Fondo unico per lo spettacolo della Presidenza del Consiglio.














