Recentemente a Roma, al teatro Golden, vi è stato l’incontro con due degli operatori di Emergency arrestati dalle forze Afgane e membri della coalizione internazionale, in seguito a un irruzione al centro chirurgico di Lashkar-gah, l’infermiere Matteo Dell’Aira, e il tecnico Matteo Pagani.

Purtroppo il terzo operatore coinvolto in questa vicenda, il chirurgo Marco Garatti, non è potuto intervenire per problemi familiari. L’incontro da una parte è stata l’occasione per ricostruire l’arresto dei tre operatori italiani, i quali prestano servizio presso l’ospedale costruito da Emergency nel 2004 per portare cure alle vittime della guerra, ma anche per parlare ancora una volta della drammatica situazione di quel paese e della sua popolazione stremata da una guerra illogica di cui ormai non si riesce più a vedere la fine; illogica, d’altronde, come ogni guerra che non può avere nessun ragione, principio o ideale che la giustifichi perché come dice Marco Garatti “la guerra ha sempre odore di sangue, m***a e vomito”. Così attraverso le domande del giornalista Rai Riccardo Icona, che è stato il moderatore della serata, i due ospiti hanno descritto al numeroso pubblico presente in sala, attraverso le loro dirette testimonianze, un quadro realistico della vicenda di cui sono stati protagonisti, ma anche della situazione in Afganistan, in particolare della zona in cui è ubicato l’ospedale, ovvero la provincia meridionale di Helmand. Una provincia che a tutt’oggi è il principale produttore di oppio al mondo, controllata praticamente ancora dai talebani, che continuano ad opporre una invincibile resistenza alle forze governative e internazionali, forti dell’effettivo controllo del territorio e della messa in atto di numerosi attentati contro le forze governative e internazionali.

Ricordiamo brevemente i fatti. I tre operatori italiani e altri sei cooperanti afgani di Emergency furono stati arrestati l’11 aprile scorso nell’ospedale di Lashkar Gah, dalle forze di sicurezza afgane, con l’accusa di detenere armi che dovevano servire a realizzare un attentato contro il governatore della provincia di Helmand, per poi essere rilasciati dopo otto giorni, in quanto riconosciuti “non colpevoli” secondo il comunicato del servizio di intelligence afgano. Attualmente è ancora detenuto uno dei sei afgani sospettato di aver nascosto le armi nell’ospedale, a cui Emergency ha fornito un avvocato per l’assistenza legale.

Prima di tutto i due operatori hanno sottolineato come la loro dolorosa vicenda sia insensata e del tutto incongrua ricordando come l’associazione per cui lavorano pone come principio fondante la totale indipendenza e neutralità, e la condanna incondizionata di ogni forma di guerra, promuovendo una cultura di pace e di rispetto dei diritti umani. La presenza di armi negli ospedali di Emergency è assolutamente vietata, quindi il ritrovamento di queste nell’ospedale, non solo è grave, ma anche una sorta di profanazione di un luogo che si propone di curare e aiutare le vittime di quelle stesse armi. Tuttavia, come molti di noi, anche loro sono convinti che questa vicenda è stata un tentativo di screditare Emergency la cui presenza in Afganistan continua ad essere una spina nel fianco per la tanta retorica della coalizione internazionale che vorrebbe “vendere” questa guerra come missione di pace. Infatti, Emergency da quando è iniziato il conflitto afgano, nove anni fa, denuncia che si tratta della maggiore operazione militare degli ultimi anni, che vede coinvolte le forze internazionali dell’Isaf (International Security Assistance Force) sotto il comando delle forze NATO, denunciando come gli attacchi hanno causato perdite gravissime nella popolazione, soprattutto bambini. Sono bambini infatti la maggior parte dei feriti che arrivano in ospedale, di cui Dell’Aira ci dà una commovente testimonianza raccontandoci singole storie: dai fratellini inseparabili saltati su una mina inesplosa mentre giocano, al bambino colpito con un proiettile che gli ha passato la testa da parte a parte mentre era alla finestra. Tra l’altro nei giorni dell’ultima offensiva Nato, quella di febbraio, contro il distretto di Nad Ali, nella provincia di Helmand definita la roccaforte dei talebani, l’infermiere aveva denunciato la gravità dell’attacco pubblicando sul sito Peacereporter un diario delle storie dei tanti piccoli afgani feriti, vittime innocenti della violenza della guerra, che lui e i suoi colleghi, giorno dopo giorno, cercavano di curare, storie colme di dolore e disperazione. Dopo il raid, che aveva causato molte morti tra i civili, la zona era stata mantenuta isolata per un intera settimana e impedendo tra l’altro il trasporto dei feriti all’ospedale di Emergency, che è l’unica struttura della zona in grado di offrire possibilità di cura altamente specializzata e gratuita alla popolazione civile. Quindi l’intera vicenda si è configurata sempre più come una trappola, il tentativo di screditare Emergency, tentativo fortunatamente fallito.

Poi il racconto delle carceri confermando lo stato disumano delle prigioni afgane, un luogo in cui, la giustizia, la legalità e la tutela dei diritti, sono concetti sconosciuti (ricordiamo che l’Italia ha contribuito ad un progetto proprio per riorganizzare il sistema giuridico dello stato afgano).
Tenuti in isolamento, in celle piccole (due metri per due), sporche e vecchissime, luci a neon accese 24 ore su 24, tenuti all’oscuro sullo stato delle indagini (agli interrogatori era presente un interprete che in realtà conosceva poco l’inglese) e sottoposti a ogni forma di pressione psicologica per farli confessare la versione architettata dai militari.

Ma, quello che è stato anche testimoniato con forza è il valore di prestare cure sanitarie alla popolazione civile, senza alcuna distinzione politica, religiosa ed etnica, in un paese in guerra come l’Afghanistan. “Sono un infermiere”, ha detto Matteo dell’Aira , “e il mio compito è quello di curare i feriti, siano essi talebani o meno (tra l’altro difficilmente distinguibili), donne o bambini”, secondo il principio che una vittima è prima di tutto “persona”, un essere umano e in tal senso va curato.

Poi il discorso è tornato sulla guerra, sull’impossibilità di pensare che un cambiamento in senso democratico in un paese come l’Afganistan possa avvenire attraverso un’operazione militare, perché la democrazia è un processo che un paese deve maturare al suo interno attraverso lo sviluppo di un diverso sentimento civile, culturale e politico, al più può essere sostenuto e agevolato attraverso aiuti economici e azioni di formazione imprenditoriale che emancipino la popolazione dal drammatico stato di povertà: infatti non si può dimenticare che per il contadino afgano la coltivazione dell’oppio, controllata dai signori della guerra, continua ad essere l’unica e la più sicura forma di sostentamento per la sua famiglia.

In ultimo Iacona ha chiesto ai due operatori di un loro eventuale ritorno nell’ospedale chiuso dal giorno in cui è stato “violato”, dall’attacco delle forze dell’Isaf. Ambedue hanno dichiarato la loro volontà di tornare in Afganistan, nel fermo sentimento di voler prestare il loro aiuto a chi è vittima, spesso innocente, della violenza inconcepibile della guerra. Nel frattempo Gino Strada sta per avviare una serie di colloqui, a vari livelli, con le autorità afgane per riaprire il Centro dedicato al giornalista e uomo di pace Tiziano Terzani, entro luglio, decisione che sarà subordinata a garanzie di sicurezza e all’accettazione di tutti delle condizioni di Emergency, che non è disposta in nessun caso scendere a patto con le autorità.