Meno male che Fini c’è”?


Non ho mai avuto eccessiva simpatia per Fini.
Innanzitutto per le sue origini di delfino di Almirante nel Msi,.formato nel dopoguerra da ex-fascisti che si richiamavano al passato regime verso cui Fini stesso diceva, pur riconoscendo i tempi mutati, di provare simpatia e senso di appartenenza ideale e valoriale.
Poi per la troppa disinvoltura con cui è passato dal richiamo esplicito allo storico ventennio, al definire il fascismo come “male assoluto”. Negli ultimi anni quelli che    possono essere definiti sia passi in avanti  che spregiudicati camaleontismi si sono accentuati.
Mi chiedo quanto ci .sia da fidarsi di un personaggio così poco prevedibile.    
Del resto, forse è anche colpa sua se siamo così malmessi, se in Italia  oggi la destra si identifica con Berlusconi, cioè con quanto di più ideologicamente retrivo si possa esprimere oggi in termini di bioetica, di diritti civiili,  di intolleranza  xenofobica e di impoverimento culturale, senza che peraltro ci sia alcun sentimento  condiviso di unità nazionale e di ordinata legalità, valori tipici della destra da non buttare via con l’acqua sp***a ma da recuperare con contenuti nuovi.
Eppure non era cominciata così: una volta Fini rappresentava la destra e Berlusconi il centro, e l’opposizione di sinistra criticava il centro, cioè B. anche proprio per essersi alleato con la destra, cioè F,
Ora, al di là del fatto che i termini di destra, centro e sinistra andrebbero quanto meno riveduti e corretti, è innegabile che ci sia stato uno scavalcamento reciproco da parte dei due, l’uno da destra a sinistra e l’altro viceversa..
Il laico Berlusconi, anche forse per indurre l’elettorato a distogliere lo sguardo dalle vicende non sempre del tutto edificanti della sua vita privata, è diventato più realista del re, anzi più papista del papa, mobilitando schiere di fedeli a condannare quello che è stato da lui definito un turpe omicidio, identificato nella rinuncia dovuta a umana pietà ad accanirsi a torturare il povero corpo già morto di Eluana Englaro.
In diretta concorrenza con Casini, di cui non avrebbe disdegnato di recuperare l’elettorato, si è lanciato ad appoggiare la Chiesa in gni crociata, dal cercare di limitare al massimo la procreazione assistita, rendendola  molto più difficile e rischiosa, col varo della legge  n.40 nel gennaio 2004 e poi col boicottaggio del referendum abrogativo della primavera 2005,. all’ aumento delle esenzioni fiscali e dei finanziamenti ad associazioni, imprese economiche e scuole cattoliche ( categorie che poi spesso non si distinguono l’una dall’altra). .
Viceversa Fini, spesso in controtendenza con la propria base, ha assunto posizioni  via via più laiche su vari temi, come il fine vita, la fecondazione assistita, la regolamentazione delle nascite e più in genere aperte verso le coppie di fatto, i diritti dei diversi e degli stranieri immigrati.
Mentre Fini ha rivisto, pur senza evidenziare un’autocritica in proposito, in quota non irrilevante le proprie precedenti posizioni ideologiche, Berlusconi, avverso alle ideologie e uomo del fare, ha fatto sempre ciò che più gli tornava utile ad acquisire profitti, voti, potere e immunità giudiziaria, e cioè allearsi coi poteri forti, innanzitutto con la plurisecolare (anzi quasi bimillennaria) Chiesa cattolica, e poi il crescente astro della Lega, l’establishement economico-finanziario, senza dimenticare il potere che in Italia non conosce concorrenti: la mafia, nelle  sue varie declinazioni regionali chiamate  con nomi diversi , come  Cosa nostra, camorra, ‘ndrangheta, sacra corona unita ecc. 
Il liberismo economico di Berlusconi si è tramutato in sostegno ai vari monopoli e corporazioni,  il suo amore per la libertà si è confinato essenzialmente nella sfera  giudiziaria e ancor più carceraria, nel senso di spasimare per una libertà nei confronti dei giudizi espressi dai tribunali e contro una possibile carcerazione, libertà che deve valere soprattutto per le persone perseguitate perchè invidiate  per le loro posizioni preminenti nella società e nella politica da giudici rancorosi e partiti meno amanti della libertà o di opposizione preconcetta (quindi ad esempio mai per gli immigrati la cui condizione sociale difficilmente suscita invidia in qualcuno).
Di fronte a questo pragmatismo ideologico, le svolte di Fini, anche se spesso ispirate anch’esse da un certo pragmatismo, e poco spiegate nel loro evolversi, diventano di uno spessore intellettuale del tutto diverso, e in ogni caso appaiono dettate più da considerazioni politiche che non da interessi e problemi eminentemente personali.
La più grave scelta tattica di Fini è stata quella, dopo essersi alleato con Berlusconi, di sciogliere il suo partito dentro le grandi ali falsamente protettive del Pdl. Da allora ha dovuto ingoiare un rospo dietro l’altro, mentre Berlusconi gli ha scippato la maggior parte dei vecchi camerati di partito. L’essere il cofondatore non gli ha garantito di avere alcuna voce in capitolo rispetto alle scelte politiche del Pdl. In questi due anni di governo ha potuto esprimere opinioni diverse principalmente per la visibilità datagli dalla funzione di presidente della camera e ha interpretato il suo ruolo  come garante delle istituzioni parlamentari. Entrambe le cose sono risultate estremamente sgradite al premier,.che però è riuscito ad assicurarsi sempre la fedeltà al momento delle votazioni di deputati e senatori exAn.
Negli ultimi tempi le distinzioni hanno assunto un carattere sempre più rilevante. I mass media legati al premier le presentavano  come dettate dal desiderio di emergere più che da reali dissensi politici, che venivano presentati come semplici pretesti.
Sembrerebbe al contrario che Fini abbia in qualche modo accettato un ruolo secondario, evitando per anni di esprimere ad alta voce il proprio dissenso, forse sperando di poter ricoprire il ruolo di successore di Berlusconi alla guida del centro-destra e non vedendo per An altro spazio politico da ricoprire. A differenza di Casini, che da ex-democristiano poteva sempre rivendicare la sua origine “centrista”, Fini e An erano considerate, quasi per un peccato originale contratto fin dalla nascita, schiettamente di destra, anche se il percorso indicato negli anni da Fini e non sempre seguito da tutto il partito l ‘aveva portato nel tempo a una configurazione abbastanza diversa da quella originaria. Le  sue ultime prese di posizione, su temi rilevanti come la giustizia, la libertà di stampa, la questione morale, la lotta contro la mafia e i segreti di stato, e ancor prima il rispetto delle istituzioni democratiche parlamentari e della stessa Costituzione, non mi sembra si possano ritenere pretesti dovuti a semplice voglia di protagonismo, ma tentativi di evitare, o  almeno di  non rendersi  direttamente complice di questo governo, che, seguendo  una logica come quella che portava in Francia re Luigi XV a dire “dopo di me, il diluvio”, possa condurre il paese a un punto di non ritorno in termini di sfacelo sociale e morale.
In realtà non si capisce bene se abbia in mente una strategia e quale possa essere. Credo che comunque se non l’avesse fatto avrebbe perso completamente la faccia, come tanti altri ex-An ora passati armi e bagagli ad ossequiare il premier e a perorare tutte le sue cause (politiche e giudiziarie).  Del resto è stato il premier ad attaccare Fini, e non viceversa. Lui insieme ai pochi rimastigli fedeli ha solo espresso delle critiche e delle controproposte in modo più deciso, chiedendo di rivedere alcuni aspetti della legge sulle intercettazioni e dei comportamenti di esponenti del governo o vicini ad esso. Ma anche questo è sembrato troppo a chi, per nascondere le proprie malefatte all’opinione pubblica e salvarsi dalle condanne giudiziarie, ha bisogno assoluto che tutti i tasselli messi ad hoc restino  fermi al  posto loro ordinatamente assegnato, e che la maggioranza compattamente  vigili a questo scopo, e non manifesti incrinature o perplessità di alcun genere.
Così forse Fini si è trovato improvvisamente al di là del Rubicone senza aver previsto una strategia successiva: semplicemente Berlusconi, dopo avere incassato il consenso sull’ultima manovra finanziaria, prima che si ricominciasse il tira e molla sulla legge anti-intercettazioni l’ha scaricato, instaurando un attacco continuo e a tutti i livelli a colpi di insulti, minacce, dossiers quanto meno gonfiati se non conditi di vere e proprie calunnie, con le televisioni e i giornali scatenati a dimostrazione ulteriore di quanto “amore criminale” sia quello espresso dal cosiddetto “partito dell’amore”. E in effetti  quanti hanno appoggiato Fini e, una volta cacciato, sono usciti con lui a formare un gruppo autonomo, sono stati e sono oggetto tutt’ora di un vero e proprio stalking, con relative lusinghe, minacce e violenze (anche se ancora  fortunatamente non di tipo fisico, alla Matteotti per intenderci).
Probabilmente il cavaliere aveva un po’ sbagliato i conti e aveva immaginato un maggior isolamento di Fini e meno problemi per la tenuta del governo.
Forse Fini stesso non prevedeva fino a che punto la situazione sarebbe potuta degenerare, forse si è trovato anche lui spiazzato dall’arroganza del premier che, per non aver ostacoli sul suo cammino, giunge a richiedere elezioni anticipate insieme al fedele Bossi, che ha contratto con Berlusconi un matrimonio di convenienza vincolato ad un unico patto (il federalismo, inteso come anticamera della secessione), che ora vuole vedere attuato ad ogni costo. Se dovesse cadere il governo non solo la sua “riforma” dovrebbe subire un ulteriore rinvio, ma ci sarebbe il rischio che un premier diverso, meno suscettibile ad essere ricattato e in uno schieramento politico diverso, anche se si dichiarasse favorevole al federalismo, potesse intenderlo in modo molto diverso da quello da lui auspicato e preteso.
Ora Fini cerca, tra un tentativo e l’altro di parare i colpi che gli vengono sferrati, di agitare un ramoscello d’ulivo, simbolo di pace: ma il premier, se anche qualche volta finge di  volerlo raccogliere, il minuto dopo scatena i suoi organi d’informazione a nuovi assalti verso il “traditore”.
In realtà Berlusconi, piu che un ramoscello d’ulivo, sarebbe propenso ad accettare unicamente una bandiera bianca. 
Chi ha stabilito che, non piegandosi ad accettare servilmente tutti i provvedimenti così come stabiliti dal premier, ma osando proporre delle modifiche, si tradisce il patto con gli elettori?
Le modifiche proposte da Fini, ancorchè sicuramente insufficienti, vanno nel senso di non  rendere vani gli sforzi di polizia e magistratura contro la criminalità comune e soprattutto contro quella organizzata, e nel non impedire  che la popolazione possa esserne informata.
Ed era questo nel “programma” del governo, nel “patto” con gli elettori?
E siamo sicuri che gli elettori ne siano al corrente?
O questo era contemplato solo nel “patto” con la mafia, e la maggioranza degli italiani non ne sa niente, o se lo sapesse non sarebbe  esattamente d’accordo?
E la richiesta di pulizia  e maggior trasparenza nella classe politica e ancor più in quella di governo, non era nel programma con  cui il Pdl si è presentato ed è stato votato dagli italiani (più degli altri partiti, e non comunque dalla maggioranza)?
E allora perchè si indica Fini e non il premier come traditore di quel programma?
Fini ha ora davanti due strade: o continua a inviare unilateralmente messaggi di pace, limitandosi a parare i colpi difendendosi sul piano personale senza troppo contrattaccare,  ma allora deve essere pronto ad accettare tutte le richieste che Berlusconi gli presenterà, e il conto sarà certamente salato. Quest’ultimo ha giè scelto la linea dura: non sopportando di mediare neanche prima, ora finalmente si sente le mani libere per imporre le sue condizioni. Sa bene che Fini e tutta l’opposizione temono le elezioni anticipate, e che è del tutto improbabile il varo di altre formule di governo, anche per il varo di una semplice legge di riforma elettorale, ancor prima per l’impossibilità di trovare un accordo da parte delle forze politiche diverse dal Pdl che dalla minaccia della rivolta di piazza (che comunque è sempre utile a scoraggiare qualche possibile transfuga dalla sua coalizione). Sa anche che Casini non accetterebbe mai di entrare o appoggiare un governo il cui epicentro fosse spostato a sinistra, dovendo rispondere a un elettorato tradizionalmente di destra. Così, finchè Fini accetta di votare tutte le leggi che servono a lui come fatto finora, i suoi voti sono bene accetti; ma se comincia a far di nuovo le bizze e a voler ridiscutere qualcosa, richiederà a gran voce le elezioni, sperando di mandare a casa i “traditori”.
Berlusconi preferirebbe incassare intanto il voto su tutte le leggi sulla giustizia, per lui di importanza vitale e che sono più difficili da sostenere, di fronte a una contestazione puntuale e serrata, nei confronti dell’opinione pubblica e preferirebbe far cadere il governo magari su una legge sull’immigrazione o la cittadinanza, per avvalersi insieme alla Lega, di una propaganda ben più facile e dall’esito quasi scontato.
La seconda strada è quella di prendere finalmente atto dell’impossibilità di una ricomposizione dei punti di dissenso, come di indurre il partito dell’amore a deporre l’ascia di guerra, e contrattaccare sul piano  politico ma anche personale (argomenti certo non ne mancano ) a tutto campo.
La cosa più sbagliata mi sembra possa essere quella di non scegliere una linea precisa, facendo qualche concessione e lasciando che il premier scelga il terreno su cui giocare la partita, e i tempi e i modi più favorevoli.
Certo, è imbarazzante per Fini spiegare perchè fino ad ora abbia accettato di votare tutte le leggi “ad personam”, a cominciare dal primo “lodo Alfano”, per arrivare al “legittimo impedimento”, e aveva sostenuto la stessa necessità della legge anti-intercettazioni, salvo poi cercare di emendarla in qualche suo aspetto più eclatante, e l’opportunità dello stesso “processo breve”, salvo poi vergognandosene cercare di sospenderne o almeno rimandarne l’approvazione.
Eppure ormai i tentativi equilibristici di salvare capre e cavoli (la faccia con la permanenza nel governo) sono finiti: è necessario, anche se difficile e non indolore, che Fini imbocchi una direzione precisa, quella di rifondare una destra diversa e contro Berlusconi. E l’opposizione non di destra deve sostenerlo (anche senza tacere sulle sue contraddizioni, perchè l’essenziale è che la popolazione italiana si svegli innanzitutto da questo letargo e che siano salvaguardate le nostre istituzioni democratiche e la Costituzione.

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